“Raccontare Derek Pratt, significca imparare ad ascoltare”

Nell’orologeria indipendente esistono figure che parlano attraverso le parole e altre che parlano solo attraverso il lavoro. Derek Pratt appartiene a queste ultime, e forse è proprio per questo che la sua storia è spesso raccontata in modo parziale e incompleto. Questo avviene più nel racconto contemporaneo che nel giudizio dei suoi pari dove gli è riconoscito un posto tra i grandi .
Pratt non ha mai cercato visibilità, né ha costruito intorno a sé una narrazione pubblica. Il suo percorso si è sviluppato lontano dai riflettori all’interno di un dialogo profondo con la tradizione dell’orologeria inglese, con una visione del tempo fondata sul rigore, sulla coerenza tecnica e sulla responsabilità del gesto artigianale.
Una scelta che col tempo ha contribuito a rendere la sua figura meno accessibile al grande pubblico e in alcuni casi renderlo frainteso. La scarsità di fonti dirette l’assenza di una documentazione facilmente reperibile e le difficcoltà nel ricostruire con precisione il suo lavoro hanno favorito una narrazione semplificata spesso ridotta a poche righe o a un ruolo secondario rispetto a nomi più esposti. Ma chi conosce davvero l’orologeria indipendente, sa che Derek Pratt rappresenta uno dei punti più alti di un certo modo di intendere il mestiere: silenzioso esigente radicalmente onesto.
Raccontare Derek Pratt, oggi non significca celebrarne il mito ma restituire profondità a una figura che ha scelto la sostanza alla visibilità il tempo lungo del lavoro alla rapidità del riconoscimento. “Significa rimettere al centro l’orologeria come atto culturale prima ancora che tecnico”
Derek Pratt è una figura centrale dell’orologeria indipendente e allo stesso tempo una delle meno comprese. Il suo nome viene spesso accostato a quello di George Daniels ma si tratta di due percorsi distinti uniti da una stessa tensione intellettuale verso l’orologeria come disciplina di ricerca prima ancora che come espressione formale.
Molte delle informazioni che circolano su Pratt sono parziali, quando non apertamente imprecise. Non per malafede ma per mancanza di fonti dirette, per una tendenza diffusa a semplificare ciò che è complesso. Esistono testimonianze e fonti che restituiscono un’immagine molto più fedele di Derek Pratt, ma restano oggi difficcilmente accessibili. Alcune opere e testimonianze fondamentali non sono più disponibili e questo ha contribuito a creare un racconto incompleto. Restituire Pratt, oggi non significca riscrivere la storia ma provare a ridarle equilibrio. In un mondo che ama i nomi altisonanti Pratt, ha scelto il silenzio.
Questo silenzio non va però confuso con l’assenza di riconoscimento. Derek Pratt, non era una figura mediatica ma il suo lavoro era pienamente stimato nel contesto della comunità orologiera . Le istituzioni inglesi e gli specialisti della sua epoca ne hanno riconosciuto il valore conservando e studiando le sue opere come esempio di orologeria di altissimo livello. Queesto riconoscimento non fu simbolico. Derek Pratt, è stato insignito in due occasioni della Tompion Medal uno dei più rari e rigorosi riconoscimenti dell’orologeria inglese. Ad oggi rimane uno dei pochissimi orologiai ad aver ricevuto una distinzione di questo tipo insieme a George Daniels un dato che da solo colloca il suo lavoro in una categoria storica ben deficnita. In un tempo in cui non esisteva l’orologeria come spettacolo. Il riconoscimento passava prima dai pari e dalle istituzioni solo molto più tardi dal pubblico. Per Derek Pratt, l’orologio non è mai stato un fine ma uno strumento.
Ogni realizzazione nasceva dall’esigenza di verificcare sul piano pratico teorie meccaniche maturate attraverso anni di studio osservazione e silenziosa ricerca. L’orologio diventava così il mezzo attraverso cui dare forma concreta a un pensiero più che un oggetto destinato alla visibilità. Un silenzio che prende forma nelle sue opere come l’Oval prodott,o per Urban Jürgensen & Sønner.

L’ Oval non esaurisce le opere di Derek Pratt, ma ne riflette il pensiero. Ed è forse per questo che merita più di altri di essere ascoltato. Un orologio non nato per stupire ma per durare. Un progetto essenziale e rigoroso dove ogni scelta risponde a una funzione precisa. Nell’Oval non c’è volontà di firma, ma il desiderio che sia il tempo a parlare al posto dell’orologiaio. Ed è forse qui che Derek Pratt si rivela anche come uomo. Lasciare che fosse il tempo a parlare significca accettare l’attesa rinunciare all’immediatezza e alla necessità di essere compresi subito.
Pratt non amava spiegare il proprio lavoro ne difenderlo con parole o dichiarazioni. Credeva che un orologio dovesse dimostrare il proprio valore non nel momento in cui viene presentato ma negli anni in cui continua a funzionare silenziosamente. In un mondo che tende a raccontare prima ancora di costruire lui ha scelto la strada opposta: costruire e poi scomparire. Non cercava il riconoscimento immediato. Gli bastava che il suo lavoro resistesse.
Lo spunto di questo articolo nasce da una frase incontrata in rete:
“Probabilmente non vedrete mai un orologio con il nome Derek Pratt,.”
Io dico invece: oggi quel nome esiste ancora. In questo orologio realizzato da Luca Soprana.

Non rivendicazione, non operazione di memoria, ma come continuità di linguaggio. Derek Pratt, non appartiene al passato. Esiste nel gesto di chi ha scelto di non riscriverlo ma di continuare a parlare la sua lingua. In un epoca che corre verso la ficrma e la visibilità questa è forse la forma più alta di rispetto.
Antonio Cabigiosu Curatore Editoriale Extratimewatch Magazine