Il guillochè manuale tra tecnica e continuità
Il guillochè è una tecnica di incisione meccanica le cui origini risalgono al XVI secolo, sviluppata inizialmente per la lavorazione decorativa dei metalli e adottata dall’orologeria tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo. Pensata per generare motivi geometrici attraverso il controllo diretto di torni manuali, non si tratta di una decorazione applicata, ma di un processo sottrattivo: il disegno emerge dall’asportazione di materiale, guidata dalla mano dell’operatore e dalla risposta fisica del metallo. Prima ancora di diventare un linguaggio estetico dell’orologeria, il guillochè è stato uno strumento di precisione, pensato per rendere leggibili, riconoscibili e non replicabili le superfici metalliche. E’ su questa superficie che il tempo prende forma. Un quadrante non è soltanto il volto di un orologio: è il luogo dove la meccanica incontra la luce, il punto in cui una funzione diventa percezione. Prima che il tempo venga misurato, deve essere reso visibile. Questa visibilità non è mai neutra: è il risultato di una scelta tecnica, culturale, quasi etica. Se nell’industria contemporanea il quadrante è spesso il prodotto di laser, pantografi o stampi seriali, nel laboratorio milanese Renzetti 1909 il metallo viene ancora affrontato per via sottrattiva, un solco alla volta. Qui, la quarta generazione di una dinastia attiva da oltre un secolo continua a praticare il guilloché manuale, una disciplina che trasforma ottone, argento e oro in strutture luminose impossibili da replicare digitalmente. Qui il metallo non viene decorato. Viene inciso.

Una linea di rigore
La storia dei Renzetti non è una semplice successione generazionale, ma una trasmissione continua di standard. Le sue fondamenta affondano nel lavoro di Eugenio Renzetti, formatosi a Parigi presso la Maison Fabergé, dove la precisione non era un valore astratto ma una necessità assoluta, imposta da un contesto in cui l’errore non era contemplato. Quel rigore viene trasferito a Milano nel 1909 e da allora non ha mai smesso di evolversi. Non come adattamento alle mode o alle richieste del mercato, ma come affinamento progressivo di un linguaggio tecnico. Oggi questa eredità vive nel lavoro quotidiano di Nora e Linda Renzetti, che operano fianco a fianco con il padre Riccardo, terza generazione della famiglia. Il loro rapporto professionale è il vero cuore dell’atelier: un dialogo costante tra memoria e visione, tra l’esperienza stratificata del padre e lo sguardo contemporaneo delle figlie. Insieme custodiscono un archivio di disegni, geometrie e trame che attraversa oltre un secolo di storia applicata al tempo.

Macchine che non concedono correzioni
Il valore del lavoro dei Renzetti risiede nella fedeltà a un macchinario che è un vero monumento della meccanica: il Lienhard Rose Engine, strumento che non esegue un comando, ma risponde alla mano che lo guida. A differenza dei processi CNC, governati da un codice e da una ripetibilità assoluta, qui è la sensibilità dell’operatore a determinare la pressione dell’utensile, la profondità del solco, la continuità del disegno. Il metallo viene tagliato, non bruciato. Ogni incisione genera pareti specchiate che rifrangono la luce in modo vivo, instabile, irripetibile. Ogni quadrante porta con sé le micro-variazioni del gesto umano: quelle imperfezioni perfette che distinguono un oggetto industriale da un pezzo destinato alla collezione. Qui la macchina non corregge l’errore. Lo rende definitivo.

La Continuità come atto di rispetto
Accanto alla produzione di nuovi quadranti, il lavoro del laboratorio Renzetti si confronta quotidianamente con una responsabilità più ampia: operare all’interno di una tradizione tecnica stratificata nel tempo. Ogni superficie incisa dialoga con un archivio di forme, geometrie e soluzioni maturate in oltre un secolo di pratica. Lavorare oggi con macchine storiche significa conoscere i limiti entro cui un gesto può spingersi senza perdere coerenza. Una disciplina che richiede una conoscenza profonda delle leghe metalliche, delle geometrie storiche e del limite sottile oltre il quale l’intervento diventa forzatura. In questo equilibrio tra memoria tecnica e presente operativo, l’esperienza di Riccardo e la mano di Nora e Linda si incontrano in una continuità rara, dove tecnica e rispetto procedono insieme.

Abbiamo avuto il piacere di dialogare con Linda Renzetti.
A.C: Il vostro archivio tecnico attraversa oltre un secolo di storia. Che cosa rende ancora necessario, oggi, un processo manuale risalente al XVII ?
L.R: Il trend in ascesa che riguarda una richiesta di artigianalità vera ed autentica, considerate come valori aggiunti. La crescente attenzione del consumatore finale non solo alla qualità in senso più generale, ma anche nei confronti di know-how inimitabili e di capacità comprovate.
A.C: Lei e sua sorella lavorate quotidianamente accanto a vostro padre Riccardo, terza generazione della famiglia. Qual è la lezione più difficile da interiorizzare quando si impara a usare macchine che non concedono correzioni?
L.R: E’ vero che le macchine non concedono correzioni, ma questo non lo viviamo come un limite rigido, al contrario. Il nostro è un lavoro manuale, quindi creativo. La difficoltà sta nel trovare il giusto equilibrio, l’armonia tra precisione e sensibilità. A volte capita che da una mancanza di correzione nasca un disegno nuovo...
A.C: Il guillochè è spesso confuso con lo stampaggio industriale. Qual è il dettaglio che permette di riconoscere un vero lavoro manuale, anche senza conoscerne l’autore?
L.R: La presenza di variazioni minime, che rende ogni pezzo diverso dall’altro e quindi unico, con un’identità propria e non ripetibile.
A.C: Dal lavoro su progetti contemporanei fino agli interventi su superfici complesse, qual è stata la sfida tecnica che l’ha messa maggiormente alla prova?
L.R: Paradossalmente, una delle sfide tecniche più grandi è quando ci confrontiamo con richieste che erano scomparse da molti anni. Alcuni lavori che ci vengono richiesti oggi erano comuni ai tempi del nostro nonno, con la differenza che oggi nulla è più come allora. Recuperarli significa a volte “ripensarli” completamente: i materiali sono cambiati, così come le superfici che quindi richiedono nuove soluzioni. E’ un lavoro di ricerca tecnica, una prova di equilibrio tra memoria ed innovazioni.
A.C: C’è qualcosa di ciò che ha imparato da suo padre che oggi riconosce nei quadranti solo a lavoro finito, non mentre li incide?
L.R: Sicuramente l’approccio al lavoro con senso critico ed equilibrio, che consente di ottenere un risultato di armonia nel ritmo, nella profondità e nella luce. A lavoro finito il pezzo prende vita ed assume in modo naturale una propria identità.
Il lavoro della famiglia Renzetti rappresenta oggi una forma di resistenza estetica. In un’epoca dominata dalla velocità produttiva e dalla logica della sostituzione continua, i quadranti che escono dal loro laboratorio non sono pensati per seguire il presente. Ma per attraversarlo. Sono superfici progettate per durare, mantenendo intatto quel dialogo con la luce. Un rapporto fisico che solo una lama guidata dalla mano umana può incidere nel metallo. Perchè il tempo, quando inciso bene, resiste.
Antonio Cabigiosu
Curatore Editoriale
Extratimewatch Magazine